La vocazione della città è l’unità (3)

La vita in città è una specie di termometro per capire la salute di una cultura e di una civiltà. (…) Nelle città si esercita il governo del territorio, ai diversi livelli, ma sempre nelle città si annida la massificazione sociale, che si manifesta con una certa apatia politica e disaffezione civile. (…) Tutte queste contraddizioni domandano risposte urgenti e improcrastinabili, perché le città di oggi sono continuamente sfidate dalla convivenza plurietnica, pluriculturale, plurilinguistica e plurireligiosa. (…) La vocazione della città è sempre stata l’unità, da costruire riunendo i dispersi, dando loro sicurezza, offrendogli migliori opportunità di vita. La polis antica nacque così e gli studiosi (gli archeologi, gli storici, gli antropologi) ne descrivono il sorgere e lo svilupparsi come un processo segnato dalla volontà di stabilire l’ordine laddove c’era il disordine, di far prevalere la legge dove invece regnava l’arbitrio. E la vita in città consentì di coltivare le arti e i mestieri, di evolvere la politica, di imparare come e quanto ridistribuire il bene comune. Quella polis si è profondamente trasformata nel corso del tempo ed è oggi divenuta una realtà cosmopolitica – una cosmopolis – assai complessa e sfidante. Le ragioni della sua esistenza, però, non sono cambiate. Anche l’attuale cosmopolis si prefigge l’unità fra i diversi, di favorire la cooperazione laddove potrebbe regnare il conflitto di civiltà, di immettere nel circuito della comunità coloro che, altrimenti, vivrebbero ai suoi margini. La città, ogni città, ha questa missione: consentire l’incontro pacifico fra persone di cultura, tradizione e religioni differenti. Essendo questo lo scenario che, necessariamente, l’umanità del XXI secolo deve costruire per non soccombere di fronte ai conflitti che la diffidenza e l’ostilità producono, si comprende per quale ragione la città sia messa al centro di un processo continentale (europeo).

Jesús Morán (Dall’intervento tenuto a Matera)

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