Per una convivenza davvero fraterna

Ho letto questo articolo pubblicato sulla rivista Città Nuova e ho trovato molto importante la questione che in esso viene sollevata e per questo ho ritenuto opportuno proporlo anche a voi: è fondamentale infatti impegnarci tutti nel contribuire a realizzare una convivenza davvero fraterna dentro le nostre città.

Noi (non) abbiamo paura
di Anna Granata
«Noi in moschea non ci andiamo, abbiamo paura». E stata questa la reazione sconcertante dei ragazzi di una classe di Parma alla proposta di visitare con la scuola alcuni luoghi di culto, dalle chiese di diverse confessioni alla sinagoga, alla moschea, lo scorso 4 ottobre, giornata cittadina del dialogo. L’iniziativa, promossa dal Forum interreligioso locale e rivolta ai ragazzi delle scuole superiori, ha lo scopo da qualche anno di favorire nelle giovani generazioni opportunità di conoscenza e confronto. Una “porta” sulle comunità di minoranza che i ragazzi in questione hanno voluto drasticamente tenere chiusa.
Questa reazione inattesa ci induce a fermarci e a riflettere, con senso di responsabilità. Non siamo di fronte a un conflitto culturale o sociale, come emerso altre volte da fatti di cronaca locale. Non siamo nemmeno di fronte a un episodio di xenofobia, come lo conosciamo in senso classico. Siamo a un livello ancora più profondo e sottile di esclusione dell’altro, ritenuto talmente distante da non
meritare interesse e curiosità, ma da suscitare invece diffidenza e paura.
Un sentimento, quest’ultimo, che dilaga in tempi di crisi (culturale e sociale, oltre che economica) e che costringe chi la vive entro una gabbia protettiva da lui stesso eretta. Il comportamento dei ragazzi è rivelatore di un clima, di un atteggiamento diffuso nella società e amplificato dai media, che non possiamo sperare di cambiare solo con parole di incoraggiamento e di invito al dialogo.
È quanto mai urgente moltiplicare occasioni concrete di amicizia e condivisione che favoriscano un desiderio di apertura. Spazi in cui scoprire che l’altro ci somiglia più di quanto pensiamo e che i muri che erigiamo per escluderlo costruiscono in realtà la nostra prigione.
Ognuno di noi ha la responsabilità di suscitare luoghi ospitali entro cui sia possibile avvicinarsi gli uni agli altri con fiducia, nella vita quotidiana: solo così i nostri figli potranno crescere con la consapevolezza che l’altro non fa (affatto) paura e che scoprirlo stimola in noi innumerevoli opportunità di crescita.

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