La reciprocità è la forma più alta dell’amore

Sergio Zavoli parlando ad un convegno, riguardo alla necessità di attuare una cultura del dialogo tra culture, discipline… (cioè la molteplicità dei soggetti che compongono una convivenza comunitaria), ha detto: “Ciò che lacera gli uomini e la loro relazione è l’idea che la nostra vita dimori in un arcipelago di innumerabili isole in ciascuna delle quali c’è uno di noi che vede l’umanità nella propria ombra, fidandosi di essa soltanto; pronto a cogliere in quella del vicino qualcosa di sospetto, di ostile, da dover controllare e magari colpire… . C’è quindi la necessità di ritrovare dove far consistere una possibilità di dar senso, cioè scopo, al bisogno di conoscerci per conquistare, ogni volta, quella metà di te che abita in un altro… . L’uomo, insomma, è essenzialmente la sua relazione… essendo ciascuno il liberatore di se stesso anche nell’altro… . Dove dunque si promuove una cultura del dialogo le singole particolarità raggiungono la reciprocità e questo avviene proprio perchè si rimettono insieme i frammenti dell’“indivisibile”: l’uomo, ricomponendo le strutture del “condivisibile”; la comunità. Si realizza ciò che al Novecento, colpevole di tanti orrori, va riconosciuta come la più civile e morale delle scoperte antropologiche – il primato del “noi” sull’“io”: cioè l’essere nati per la condivisione”.
Il filosofo francese Maurice Nedoncelle, sempre a proposito di essa ha affermato che: “La reciprocità è la forma più alta dell’amore” e “amare l’altro è cercare di renderlo amante, o se già lo è, gioire che lo sia”.

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