Le due Italie. di Antonio Maria Baggio

Voglio proporre una interessantissima riflessione del Prof. Antonio Maria Baggio dall’eloquente titolo “Le due Italie” e visto che è molto corposa ho deciso di pubblicarla per capitoli (sono 6) così da facilitare la lettura.                                                                            Mi rendo conto che sarà un po’ impegnativo ma vedrete che ci permetterà di comprendere quanto sta accadendo politicamente nel nostro Paese e quale contributo siamo chiamati a dare: questa riflessione infatti ci offre l’opportunità di fare insieme un preziosissimo momento formativo e anche un discernimento comunitario.

Mappa per un percorso verso le elezioni politiche

Esistono due Italie: quella degli onesti e quella dei disonesti; quella dei costruttori e quella dei parassiti; quella che mantiene dignitosamente se stessa col proprio lavoro e che con ciò dà anche un contributo al bene comune, e quella che usa il proprio ruolo pubblico per fare esclusivamente il proprio interesse particolare, sottraendo risorse e servizi al bene comune.
Le due Italie esistono, mescolate, sia nelle istituzioni politiche sia nella società; non abbiamo una politica sporca da una parte e una società pulita dall’altra: tra politica e società esiste una doppia complicità, nel bene e nel male.
La situazione è esattamente quella descritta da Agostino di Ippona nella sua Città di Dio: esistono due città, una “celeste” e una “terrena”. Ciò che le differenzia è il diverso legame che unisce fra di loro i due tipi di cittadini. In entrambe le città si fanno discorsi basati sul bene comune e su grandi ideali, si parla d’amore, ma i “due amori” sono molto diversi tra loro: «Di questi due amori l’uno è puro, l’altro impuro; l’uno sociale, l’altro privato; l’uno sollecito a servire il bene comune in vista della città celeste, l’altro pronto a subordinare anche il bene comune al proprio potere in vista di una dominazione arrogante; l’uno è sottomesso a Dio, l’altro è nemico di Dio; tranquillo l’uno, turbolento l’altro; pacifico l’uno, l’altro litigioso; amichevole l’uno, l’altro invidioso; l’uno che vuole per il prossimo ciò che vuole per sé, l’altro che vuole sottomettere il prossimo a se stesso; l’uno che governa il prossimo per l’utilità del prossimo, l’altro per il proprio interesse»[1].
Questi due tipi umani, che sono anche due tipi di politici e di cittadini, vivono mescolati nello stesso parlamento, nello stesso ufficio, nella stessa fabbrica e, forse, nella stessa famiglia: non è facile distinguere gli uni dagli altri. Ma la città terrena, spiega Agostino, alla fine dei tempi, quando i buoni e i cattivi saranno separati e, dunque, anche i suoi cittadini saranno separati dagli altri, «non sarà più una città» perché “l’amor proprio” che ne costituisce il legame non è sufficiente a tenerla insieme: i parassiti non avranno più i “buoni” di cui nutrirsi e tra i quali nascondersi e li potremo riconoscere. Ma come fare oggi, quando i due tipi sono mescolati tra loro?
Non siamo in grado di anticipare il giudizio universale, di risolvere cioè, alla radice, il problema di separare il bene dal male; ogni volta che qualcuno si è arrogato il potere di farlo e ha agito come se potesse distruggere il male, ha in realtà distrutto persone: si sono sviluppati movimenti che hanno abbandonato il terreno della politica, per praticare quello dei giudizi sommari, della violenza terroristica, delle dittature e delle guerre.
Dobbiamo, invece, fare politica, cioè creare le condizioni perché i costruttori, gli onesti, i dignitosi, nella politica e nella società, si incontrino, si riconoscano, e sviluppino una vera cittadinanza. Questo obiettivo, che riguarda la salvezza del Paese, viene prima, quanto a importanza, delle differenze di orientamento politico esistenti tra i cittadini: dobbiamo sopravvivere come Paese, se vogliamo avere la possibilità di esprimere le nostre diverse visioni politiche sul modo di condurlo.
D’altra parte, il Paese continuerà a vivere solo se avremo la capacità di costruire vere visioni politiche, veri e diversi progetti validi, tra i quali scegliere. Un Paese è veramente unito e forte solo se impara a esprimere costruttivamente la ricchezza delle proprie differenze. Dobbiamo tornare alla politica; che non significa tornare a prima del governo Monti il quale, al contrario, è stato messo in piedi proprio per fare la politica fondamentale che i cosiddetti “politici” non riuscivano più a fare. Dobbiamo tornare alla politica vera, che proponga delle “visioni” del Paese, della sua identità e del suo futuro, che sia capace di attuarle attraverso progetti politici credibili e tra loro competitivi, tra i quali i cittadini possano scegliere in libertà ed uguaglianza. Mario Monti e il suo governo hanno fermato il Paese ad un passo dall’abisso e lo stanno rimettendo su una strada percorribile. E certamente Monti ed altri potranno essere una risorsa anche per il futuro. Ma è da respingere l’idea che la figura di Mario Monti possa coprire anche per il futuro l’immobilismo dei partiti, l’assenza di idee e di progetti; è necessario evitare che, coperta dalla sua persona, la parte più inetta della classe politica, che non sarebbe più in grado di affrontare un serio confronto elettorale, cerchi di porsi in salvo, o che altre figure, provenienti sia dalle varie organizzazioni della società, sia dai diversi poteri – economici, ideologici, religiosi – che devono rimanere ben separati dalle istituzioni politiche, entrino in politica senza passare attraverso il vaglio effettivo degli elettori.

[1] Sant’Agostino, La Genesi alla lettera (De Genesi ad litteram), 11, 16, 20, in La Genesi, Città Nuova, Roma 1989, pp. 582 e 583.

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