Le due Italie. di Antonio Maria Baggio (Secondo capitolo)

1. La corruzione come indicatore del fallimento politico

Il nostro Paese è impegnato in una lotta per evitare il decadimento economico e l’emarginazione internazionale. Poche cifre danno l’idea della situazione. Tra il giugno 2011 e il giugno 2012 se ne sono andati dall’Italia investimenti per 235 miliardi di euro; è una somma pari al 15 per cento del Prodotto interno lordo[2]. Queste cifre sono del Fondo Monetario Internazionale; ma il fenomeno è registrato regolarmente, proprio a partire dalla seconda metà del 2011, anche dalla Banca d’Italia e dalla Banca Centrale Europea. A questo fenomeno si unisce quello degli imprenditori italiani che si trasferiscono all’estero per poter continuare a produrre.                                                                                        Tutto questo significa meno industrie, meno lavoro, meno futuro. Perché gli investitori – e molti imprenditori italiani – se ne vanno? Perché l’Italia è fragile in alcuni dei principali indicatori internazionali in base ai quali le imprese decidono dove piazzare i loro investimenti: stabilità politica (relativa ai governi e alla loro linea), stabilità istituzionale (possibilità che il quadro istituzionale cambi nel breve e medio periodo), efficienza burocratica (soprattutto il “red tape”, la ridondanza burocratica, cioè l’eccesso di regole che rallentano l’iniziativa economica), efficienza del sistema giudiziario, corruzione.
A tutto ciò si deve aggiungere che l’Italia è priva, ormai da decenni, di un progetto per il Paese, che si esprime anche in una politica economica (e industriale in particolare) coerente. In Germania, ad esempio, davanti al disastro nucleare giapponese il governo opta per abbandonare il nucleare e si comporta di conseguenza, bene operando per continuare a sviluppare il Paese; in Francia lo mantengono, e sviluppano le scelte coerenti che ne discendono. In Italia, non c’è nulla di paragonabile ad una scelta responsabile e lungimirante.
La corruzione, scoperta soprattutto a livello regionale e locale, ha riempito le cronache italiane di questo autunno. Per quanto riguarda la corruzione dei pubblici funzionari e, in generale, degli apparati istituzionali, è da tempo studiato e dimostrato come essa scoraggi in misura rilevante gli investimenti nei Paesi che ne sono maggiormente affetti. Il commento del presidente Mario Monti sui “danni incalcolabili” per l’immagine dell’Italia prodotti dagli scandali della corruzione nella Regione Lazio e in altre, non è uno sfogo emotivo, ma una costatazione tecnica: «gli scandali vanificano lo sforzo che stiamo tutti facendo perché il ruolo dell’Italia, Paese civile e democratico, venga pienamente riconosciuto a livello internazionale»[3].
L’esperienza però ci insegna che le crisi di tipo etico – qual è quella della corruzione attuale – esplodono quando giungono a maturazione anche altri problemi della vita politica. Un certo tasso di corruzione, infatti, accompagna sempre la vita pubblica, perché è nella natura delle sue possibilità. Esso però viene limitato e contenuto dall’efficienza del sistema, cioè dall’esistenza di controlli efficaci, dalla corretta separazione dei poteri, dall’alternanza al potere, dalla diffusione della pratica delle virtù civiche; soprattutto, la corruzione è tenuta sotto controllo dall’efficienza della politica, dalla solidità e dall’efficacia dei progetti politici concreti, che sono capaci di mobilitare le forze, produrre risultati e conferire significati all’azione delle persone e senso di appartenenza alla comunità: la corruzione raggiunge livelli intollerabili ed infine esplode quanto la politica perde queste caratteristiche.
Non basta dunque trovare i corrotti e sostituirli con persone non corrotte: bisogna rimettere in moto la capacità politica del sistema; è vero che senza etica la politica perde il suo scopo, perché non fa più il bene comune; ma è anche vero che la disponibilità etica a fare il bene, senza politica perde i suoi contenuti e il bene comune, anche in questo caso, non viene raggiunto. Questa correlazione tra debolezza dei progetti politici e corruzione è spesso mascherata, per evidenti ragioni: un governo comunale, regionale o nazionale, affetto in misura rilevante da membri corrotti, non è solo corrotto, è anche, nella stessa misura, incapace e ci sono dunque due motivi, non uno, per mandarlo a casa.
In generale, dove c’è efficienza politica, volontà di realizzare progetti, c’è anche bisogno di avere il personale politico adeguato per farlo e si fa più attenzione alla qualità umana, morale, professionale, di coloro che entrano a far parte degli organi di rappresentanza e di governo. Come osservava Paolo Mauro in un importante studio del 1995, gli indici dell’efficienza burocratica e quelli della stabilità politica sono fortemente correlati; d’altra parte, «corruzione e instabilità possono essere intrinsecamente legate, nel senso che possono risultare dal medesimo coordination problem esistente tra i membri dell’élite di potere»[4].
In altri termini, corruzione e instabilità aprono l’una la strada all’altra e il singolo funzionario o politico si trova a calcolare, con ragionamenti spiegabili attraverso la teoria dei giochi o il dilemma del prigioniero, la convenienza di mettere in atto comportamenti corrotti, se anche gli altri lo fanno. Quando una classe dirigente è alle prese con questo tipo di problemi, significa che non ha più chiara la differenza tra gli interessi del Paese e i propri; e tende ad usare il proprio ufficio per trarne un vantaggio personale, che si rivela dannoso per la comunità che dovrebbe servire.
La situazione italiana dell’autunno 2012 è una rappresentazione da manuale di tali problemi. Si ricorderà, per fare un esempio, che nel mese di settembre 2012 i gruppi parlamentari della Camera dei deputati si erano opposti alla decisione di fare certificare i loro bilanci da una società esterna. La reazione dell’opinione pubblica costrinse la giunta per il regolamento a fare precipitosamente marcia indietro. È vero che la certificazione esterna, da sola, non garantisce affatto la correttezza delle spese dei gruppi.                   Ma ciò che colpisce è la refrattarietà dei gruppi parlamentari a mostrare i conti, a far sapere all’opinione pubblica in quali modi – per quanto legali (con leggi e regolamenti, comunque, stabiliti da “loro”, nella piena autoreferenzialità) – vengano spesi i soldi. Un altro provvedimento preso in quel contesto fu la decisione che, a partire dalla prossima legislatura, i collaboratori dei parlamentari saranno stipendiati direttamente dalla Camera e dal Senato, anziché mettere in mano al parlamentare denaro che in molti casi non veniva affatto destinato allo scopo per il quale era elargito.                                                               È un provvedimento che tende a evitare un “coordination problem” perché elimina la possibilità di conflitto tra interesse particolare e interesse generale, e ri-orienta la classe dirigente politica verso la giusta direzione richiesta dalla sua funzione: in questo caso, diminuire il denaro di cui i parlamentari possono disporre discrezionalmente, e aumentare, invece, i servizi e gli strumenti a loro disposizione per meglio svolgere il loro incarico al servizio dei cittadini.
Questi provvedimenti giungono tardivi e presi sotto la costrizione dell’indignazione dell’opinione pubblica, mentre invece dovrebbero far parte di un modo logico e trasparente di gestire la cosa. Purtroppo la nostra classe dirigente politica – e non solo “alcuni” politici, poiché queste sono le regole che essa, nel suo insieme, si è data – ragiona in modo intrinsecamente distorto. Quando una classe dirigente politica ragiona in questo modo è indispensabile, per un Paese, liberarsene, cioè mettere in atto tutti quei provvedimenti che consentono di operare un cambiamento radicale degli uomini e un aggiustamento delle regole. Solo così si mettono le condizioni perché si possano sviluppare al meglio le differenze tra le idee e i progetti politici. Questo è un interesse comune a tutti i cittadini. Ma è a questo che la classe politica italiana sta lavorando, in preparazione delle elezioni del 2013?

[2] International Monetary Fund, Global Financial Stability Report. Restoring Confidence and Progressing on Reforms, October 2012, disponibile in www.imf.org.
[3] Cf. le agenzie di stampa del 4 ottobre 2012; dichiarazioni durante la conferenza stampa del Presidente del Consiglio per illustrare il decreto legge relativo ai tagli dei costi della politica per gli enti locali.
[4] P. Mauro, Corruption and Growth, in “The Quaterly Journal of Economics”, Vol. 110, N. 3 (Aug. 1995), p. 705.

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