Le due Italie. di Antonio Maria Baggio (Terzo capitolo)

2. Corruzione e sistema elettorale
 
La legge elettorale, in un momento in cui si manifesta la necessità di un cambiamento radicale, ha un ruolo chiave: può favorirlo o ostacolarlo. Se diamo uno sguardo al periodo che abbiamo alle spalle, vediamo che il secondo dopoguerra in Italia fu caratterizzato dal forte predominio elettorale e governativo del partito della Democrazia cristiana.                 Essa governò – nonostante l’asprezza della competizione ideologica con la sinistra – mettendo in atto un meccanismo “consociativo” o “consensuale” con le opposizioni, tale per cui le decisioni erano in una certa misura condivise e il potere distribuito, in maniera esplicita o tacita. La Democrazia cristiana era un partito dove convivevano diverse componenti e, anche in virtù di questa sua “molteplicità interna” riusciva, al cambiare delle formule di governo, a mantenersi come baricentro dell’equilibrio politico, spostando in maniera corrispondente i propri equilibri interni: di volta in volta, a seconda delle necessità, la Dc forniva un Presidente del Consiglio un po’ più di destra, o un po’ più di sinistra, o caratterizzato dalla forte tempra morale, ecc.                                                                        In effetti, al variare delle formule, rimaneva invariata l’occupazione del potere e l’assenza di controllo su di esso, a causa dello scambio continuo di ruolo tra controllati e controllori. Certamente, la Dc non fu solo questo: il suo interclassismo e, di conseguenza, la possibilità di interpretare interessi diversi e di cercarne la conciliazione, avevano una solida base nella sua cultura politica e fu uno degli elementi più importanti nella ricostruzione – economica e istituzionale – del Paese; ma dal punto di vista che stiamo trattando qui, interessa il fatto che fu anche questo.
Niente di scandaloso: l’esistenza dei modelli consensuali risponde in genere, come nel caso della giovane democrazia italiana, all’esigenza di un’unità di intenti in fasi storiche di rinascita e ricostruzione; è una formula opportuna per la prima generazione che esce da un evento politico drammatico e fondativo. Ma fu una formula che perdurò molto oltre la sua utilità.                                                                                                                                  E lo schema del partito che “governa dal centro” o che si pone come “ago della bilancia” fu poi interpretata in maniera spregiudicata dal Partito socialista di Bettino Craxi, sotto il cui potere la corruzione – nella quale risultarono implicati in misure e forme diverse tutti i maggiori partiti – raggiunse il massimo storico: l’esplosione di “Tangentopoli”, per alcune formazioni politiche, tra cui la Democrazia cristiana e il Partito socialista, fu l’atto finale della loro parabola discendente.
La successiva adozione del sistema maggioritario (sia pure nella formula limitante che lasciava sussistere una quota proporzionale) si rese opportuna, dunque, non solo per dare finalmente realizzazione all’idea di alternanza politica, ma anche perché la netta differenziazione tra le coalizioni che si alternano al governo e all’opposizione garantisce una frequente sostituzione delle persone che occupano posti di potere. L’effetto anti-corruzione è più forte quanto maggiore è la discontinuità tra due governi successivi.
In effetti, dal punto di vista della lotta alla corruzione, nei sistemi maggioritari il ruolo dell’opposizione assicura un controllo costante dell’operato del governo. Di conseguenza, come spiega in maniera convincente Alessandro Pellegata[5], l’alternanza di governo, in un maggioritario ben funzionante, non è molto rilevante ai fini della lotta alla corruzione, proprio grazie al ruolo chiaro e continuo dell’opposizione.
Ne consegue che una maggioranza dotata di un progetto politico convincente, che abbia la volontà di introdurre nel Paese cambiamenti strutturali che abbisognano di almeno due legislature, può permanere più a lungo al governo, sviluppando così una maggiore efficacia politica, esponendosi meno al rischio della corruzione. Ed è ciò di cui avremmo bisogno oggi, per poter introdurre nella vita del Paese riforme strutturali di ampio respiro e per poter attuare grandi scelte strategiche che determinerebbero il nostro futuro per decenni.
Al contrario, i modelli politici di tipo “consensuale”[6], sorretti generalmente da sistemi elettorali proporzionali, hanno una grande necessità di alternanza proprio per il ridotto ruolo di controllore antagonista esercitato dall’opposizione; in questi contesti «la probabilità che un partito oggi all’opposizione ha di ritrovarsi alleato di una o più delle forze politiche al governo in coalizioni future è piuttosto alta. Più alta è questa probabilità e meno incentivi avranno le opposizioni a smascherare le pratiche corrotte di coloro che potenzialmente si configurano come suoi alleati di governo»[7].
Ma neppure l’alternanza al governo, nei sistemi consensuali, produrrebbe effetti positivi, se ci fosse una “terza forza” di tipo centrista che continua a governare, semplicemente cambiando il partner della coalizione.
Il fatto che qualcuno oggi in Italia torni a pensare alla costituzione di un “centro” politico, capace di proporsi come culturalmente egemone e di determinare di volta in volta la coalizione di governo, abbinato ad un ritorno ad un sistema elettorale di tipo proporzionale che consenta a tale ipotetico “centro” di prendere forma, è cosa fortemente discutibile, sia dal punto di vista della trasparenza e del controllo democratico del sistema politico, sia dal punto di vista della sua stabilità.
Vale la pena di sottolineare che, attraverso questi ragionamenti, l’intenzione non è quella di difendere un’idea personale, ma di richiamare l’attenzione sulla volontà validamente espressa dai cittadini italiani nel referendum del 18 aprile 1993, al quale partecipò il 77% degli aventi diritto e nel quale l’82% dei votanti decise di introdurre un sistema elettorale maggioritario.
In disprezzo di tale volontà popolare fu ideata l’attuale legge elettorale (n° 270 del 21 dicembre 2005), una mascalzonata di cui erano coscienti per primi i suoi autori, che ha, tra i suoi effetti principali, quello di mettere nelle mani dei capi dei partiti italiani il potere di scegliere la composizione delle Camere, in palese violazione dei diritti civili e politici dei cittadini e svilendo in tal modo la figura del parlamentare. Da allora si può divenire deputati e senatori non più per scelta del popolo, ma per cooptazione dall’alto. È evidente che, in questo modo, l’ingresso in Parlamento può venire determinato non tanto dalla capacità personale e politica, né dal consenso, ma dall’atteggiamento opportunista e servile nei confronti di un gruppo di potere.
Questo spiega la facile disponibilità, che abbiamo costatato in una parte dei parlamentari, a cambiare casacca in presenza di un vantaggio personale, come avvenne, ad esempio, in occasione del voto di fiducia cui fu sottoposto il governo Berlusconi il 14 dicembre 2010: il sostegno ottenuto da parlamentari non appartenenti alla maggioranza fu ricompensato senza pudori, alla luce del sole. In Italia forse non ci si rende conto del disprezzo e della derisione con i quali la stampa estera commentò questi fatti.
Molto prima che alcuni politici della Regione Lazio venissero fotografati ai loro festini con indosso delle teste di maiale, molto prima che venisse documentata la corruzione del denaro e dei costumi, era stata dunque introdotta nel tessuto delle istituzioni italiane una corruzione di tipo specificamente politico, una corruzione della logica stessa della democrazia. L’Italia è certamente una democrazia, ma l’esistenza di tale legge mette fortemente in dubbio che si possa considerarla come una democrazia in senso pieno. D’altra parte, la democrazia è anche un processo, che può progredire ma anche regredire: in che direzione vogliamo andare?
Molte delle ipotesi di riforma dell’attuale legge elettorale di cui si sta parlando in questo autunno del 2012, rappresentano delle mere varianti della legge esistente e continuano a rimanere lontane dalla volontà popolare espressa nel 1993, che ancora oggi dovrebbe fare testo. In altre parole, l’ultima volta che i cittadini italiani hanno avuto la possibilità di esprimersi, hanno optato per il sistema maggioritario; in assenza di una nuova consultazione dei cittadini, le proposte di riforma della legge elettorale dovrebbero muoversi tutte all’interno di questa volontà espressa.                                                           Ma soltanto il Partito democratico ha presentato una proposta che risponde pienamente a tale indicazione; anche i radicali di Marco Pannella sono tradizionalmente su questa posizione; altre formazioni hanno proposto soluzioni miste maggioritarie – proporzionali. Il resto delle proposte va in altre direzioni. L’impressione è che una grande parte del ceto politico continui ad avere come principale preoccupazione quella di sopravvivere, e cerchi la maniera di auto-traghettarsi nella prossima legislatura, di guadagnare tempo: non per il Paese, ma per sé.

[5] A. Pellegata, L’alternanza dove non te l’aspetti. L’impatto dell’alternanza di governo sul controllo della corruzione nelle democrazie consensuali, in «Rivista italiana di scienza politica», anno XLII, n. 1, aprile 2012, p. 93.
[6] Per la terminologia riguardante i modelli maggioritario e consensuale utilizzo le definizioni stabilite nel classico lavoro di Arend Lijphart, Le democrazie contemporanee, il Mulino, Bologna 2001, pp. 28-29 e 51-53.
[7] A. Pellegata, L’alternanza dove non te l’aspetti. L’impatto dell’alternanza di governo sul controllo della corruzione nelle democrazie consensuali, cit., p. 98.

1 pensiero su “Le due Italie. di Antonio Maria Baggio (Terzo capitolo)

  1. Mi auguro di cuore che, nonostante l’inevitabile fatica che la lettura di questo impegnativo testo richiede, riusciate ad essere perseveranti fino alla fine perché ritengo che ciò sia davvero molto, molto importante in quanto, vi confido, pur avendolo letto più volte continuo a riprenderlo proprio perché ogni volta ne scopro la ricchezza che esso contiene: è infatti veramente difficile trovare una visione della realtà politica così chiara, equilibrata e soprattutto libera dalle appartenenze partitiche. Dunque, buona lettura!

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