Le due Italie. di Antonio Maria Baggio (Quarto capitolo)

3. Il fallimento politico come moltiplicatore della crisi
 
Ma non c’è solo la corruzione a caratterizzare questo momento della storia italiana. Uno dei principali indicatori internazionali in base ai quali le imprese decidono dove piazzare i loro investimenti, come abbiamo detto, è la stabilità politica, la credibilità del governo e del sistema politico generale di un Paese: l’abbandono dell’Italia da parte degli investitori esteri iniziato un anno e mezzo fa dice chiaramente che cosa la comunità internazionale pensava di noi e spiega gli avvenimenti che hanno portato all’attuale governo di Mario Monti.
Esso si insediò il 16 novembre 2011, in seguito ad una azione politica condotta dal Presidente Giorgio Napolitano, alla quale i principali partiti e le loro forze parlamentari si sono allineati, che portò alle dimissioni del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, senza che il suo governo fosse stato sfiduciato dal Parlamento. Correttamente, il governo Monti può essere chiamato “governo del Presidente”, intendendo, con questo, il Presidente della Repubblica. Giorgio Napolitano si assunse una responsabilità enorme, proporzionata alle necessità del Paese e, anche, alla statura umana e politica della sua persona.
Come si arrivò a tale decisione? Cerchiamo di ricostruirne le ragioni ascoltando il modo con il quale se lo sono spiegato gli altri, da fuori Italia e da fuori Europa. «La crisi dell’euro – scrive Andrew Moravcsik, specialista di affari europei all’Università di Princeton – è soltanto l’ultimo sviluppo di una tendenza durata due decenni verso la stabilizzazione dell’integrazione europea. Quando il Trattato di Maastricht fu ratificato, molti osservatori si aspettavano che l’Unione Europea iniziasse la regolazione di un numero crescente di provvedimenti politici, includendo quelli riguardanti il welfare sociale, le cure mediche, le pensioni, la giustizia, l’educazione, aspetti della cultura e della lingua, le infrastrutture locali, le politiche nazionali e, soprattutto, la tassazione e le priorità fiscali. Ben poco di questo si è realizzato e ora l’Europa si propone alcune politiche che aprono nuove aree di regolazione centralizzata»[8]. In sostanza, i Paesi europei, dopo la firma del Trattato (7 febbraio 1992) procedettero, sotto alcuni aspetti importanti, in maniera prevalentemente autonoma l’uno dall’altro, arrivando a differenziare notevolmente le loro condizioni, piuttosto che ad assimilarle.
La Germania, per fare l’esempio più virtuoso, di recente unificata, affrontò il compito colossale dell’integrazione della parte occidentale e di quella orientale; proseguì, nel primo decennio del duemila, con una politica riformatrice che l’ha portata ad affrontare la crisi attuale da una posizione di forza: proprio la crisi ha messo in evidenza la profonda differenza della qualità politica delle classi dirigenti dei Paesi europei: fattore di soluzione dei problemi e di progresso in alcuni, problema essa stessa in altri.
Per Moravcsik e, in generale, per un rilevante numero di osservatori che vedono le cose europee dalla prospettiva degli equilibri geopolitici ed economici globali, è essenziale una maggiore omogeneità tra le nazioni europee, non solo dal punto di vista strettamente economico, affinché l’Unione sia qualche cosa di più di un semplice mercato unico e arrivi ad una maggiore stabilità. Gli sforzi compiuti negli ultimi due anni dall’eurozona hanno fatto fronte ai sintomi di breve termine della crisi: «Tuttavia, la sfida di lungo termine rimane: far convergere le economie europee, cioè assicurare che i loro comportamenti macroeconomici a livello nazionale siano sufficientemente simili l’uno all’altro da consentire una politica monetaria unica, a un costo ragionevole»[9].
Lo scoppiare della crisi economica mise in luce il grave ritardo del sistema italiano: un Paese che, nei vent’anni successivi a Tangentopoli, aveva mancato l’occasione di un reale rinnovamento globale del proprio sistema. Vent’anni di riforme in gran parte promesse e non attuate, caratterizzati dal sorgere di una nuova forma di populismo, quello berlusconiano, al quale si è contrapposta una sinistra ideologicamente divisa al proprio interno, mantenuta in piedi più dall’antiberlusconismo che da una capacità propositiva propria e unitaria. Certamente si dovrebbe distinguere, all’interno di questo ventennio, tra le diverse responsabilità, tra chi ha fatto bene e chi ha fatto male; ma qui stiamo ragionando sul risultato globale, su un ventennio durante il quale si sono alternati al potere non dei malvagi predatori stranieri, ma governi scelti e confermati dai cittadini italiani.
Il risultato di questo ventennio ci è stato presentato nell’autunno del 2011, quando divenne evidente e fattiva la sfiducia della comunità internazionale e, in particolare, delle istituzioni europee, nei confronti dell’Italia.
Nel corso dell’estate, il governo Berlusconi aveva varato due pesanti manovre finanziarie (Decreti 98 e 138 del 6 luglio e del 13 agosto). Tra le due, il 5 agosto, ricevette una lettera da parte di Jean-Claude Trichet e Mario Draghi, rispettivamente Presidente, uscente ed entrante, della Banca Centrale Europea: conteneva un vero e proprio programma complessivo di politica economica e di riforme che la Bce sostanzialmente imponeva al governo italiano. La risposta del governo di Silvio Berlusconi – attraverso la “finanziaria bis” del 13 agosto e una “lettera di impegni” inviata il 26 ottobre ai Presidenti del Consiglio Europeo e della Commissione Europea – non fu considerata adeguata se Olli Rehn, membro della Commissione Europea, incaricato di predisporre una dettagliata valutazione delle misure che il governo italiano intendeva adottare e di controllarne l’applicazione, scrive al Ministro dell’Economia e Finanza, Giulio Tremonti, il 4 novembre 2011, in termini che è istruttivo conoscere parola per parola: «Per eseguire questa valutazione abbiamo bisogno di ulteriori dettagli sulle misure pianificate, includendo la specificazione di un concreto piano d’azione per la loro delineazione, adozione e implementazione. Vi saremmo grati se voi ci forniste le chiarificazioni e informazioni richieste nell’allegato questionario, in lingua inglese, entro l’11 novembre 2011»[10]. Il questionario contiene 39 domande che sono, in realtà, altrettante prescrizioni per il governo.
Il giudizio europeo sul governo italiano andava molto al di là della percezione di una inadeguatezza; il tono perentorio, l’invito a sbrigarsi (viene concessa una settimana di tempo per rispondere!), dicono chiaramente la radicale sfiducia da parte delle istituzioni europee nei confronti dei nostri governanti. Pochi giorni prima, il 23 ottobre, Nikolas Sarkozy e Angela Merkel, durante una conferenza stampa congiunta a Bruxelles, avevano deriso Silvio Berlusconi. Molto difficile perdonare Nikolas Sarkozy e Angela Merkel per i loro sciocchi risolini nei confronti del Presidente del Consiglio italiano perché, così facendo, hanno anche insultato il Paese che il Presidente rappresentava e hanno agito molto al di sotto della prudenza richiesta dalla loro funzione; ma è impossibile perdonare Berlusconi, per avere creato le condizioni per umiliare se stesso e l’Italia. Questo era il clima di allora: continuare con il gabinetto Berlusconi era semplicemente impensabile.

[8] A. Moravcsik, Europe After the Crisis. How to Sustain a Common Currency, in «Foreign Affairs», May/June 2012, pp. 67-68.
[9] A. Moravcsik, Europe After the Crisis. How to Sustain a Common Currency, cit., p. 54.
[10] La fotocopia della lettera fu resa pubblica da numerosi organi di stampa. Rimandiamo al sito de «Il Sole 24 Ore», 8 novembre 2011: http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-11-08/rehn-italia-preoccupa-molto-173332.shtml?uuid=AagjyoJE.

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