Le due Italie. di Antonio Maria Baggio (Quinto capitolo)

4. Monti e dopo Monti

Mario Monti e il suo governo sono entrati in carica avendo due gambe su cui correre per portare il Paese fuori dall’emergenza: da una parte, la stima internazionale per la persona del Presidente del Consiglio e per le sue capacità professionali; dall’altra, un programma già scritto, che possiamo ricostruire semplicemente scorrendo, punto per punto, la lettera dei banchieri centrali e le 39 domande di Rehn. Il senso di questo governo è stato quello di cominciare a recuperare il ritardo accumulato dall’Italia mettendo il Paese sulla strada di riforme strutturali, di una gestione economica e finanziaria virtuosa, di una organizzazione istituzionale, burocratica, infrastrutturale, giuridica che tenda a raggiungere gli standard dei Paesi europei più avanzati. Monti ha iniziato a recuperare il tempo perduto durante il ventennio precedente.
Vista da fuori, è una situazione che può andare bene; vista da dentro, è una situazione che non può durare, perché questo governo sta rispondendo di ciò che fa alle istituzioni europee, piuttosto che ai cittadini italiani. È un governo esecutore di un programma scritto a Bruxelles, che si intende applicare su di noi così come sulla Grecia e sulla Spagna. Le ragioni di tutto questo le abbiamo dette e rimangono valide; ma altre considerazioni vanno fatte.
Anzitutto, i provvedimenti attuati in un clima di emergenza dal governo Monti hanno generato ulteriore disuguaglianza; è un’opinione condivisa da tutti gli osservatori esterni e, per questo, dotati di maggior imparzialità. È cosa ovvia, vista “da fuori” che i costi delle scelte politiche attuate nell’ultimo anno sia in Italia che in Spagna e in Grecia «hanno pesato in maniera sproporzionata sui poveri e sui senza-potere», causando un aumento dell’insofferenza in molti cittadini; a ciò si dovrebbe rispondere, secondo Moravcsik, attraverso un’eurozona più equilibrata, «nella quale sia richiesto alla Germania tanto quanto è chiesto ai Paesi debitori»: e questa non è una necessità pragmatica, ma un «imperativo democratico»[11].
Vista “da dentro”, cioè in una prospettiva nazionale, il suggerimento di un maggiore equilibrio nel portare i pesi della crisi è certamente utile, ma non basta. L’applicazione subordinata di un programma deciso “da fuori” non può essere accettata a lungo: un punto di programma che ci viene imposto e che è effettivamente necessario realizzare, deve altrettanto necessariamente essere adattato alla specificità della situazione italiana; avrebbe dunque bisogno di una interpretazione che non ne togliesse l’efficacia, ma, al contrario, rendesse possibile la sua applicazione duratura in un contesto concreto.
Questa interpretazione è esattamente il lavoro politico che un governo dovrebbe fare, e che il governo Monti, per l’eccezionalità della nostra attuale situazione, fa solo in minima parte, soprattutto attraverso il parziale accoglimento dei suggerimenti che, provvedimento per provvedimento, arrivano dalle forze sociali, dagli amministratori locali, dal parlamento. In questo senso – e solo in questo – l’attuale governo non è “politico”: è un governo necessariamente “senza personalità”[12], quella che gli verrebbe dalla cultura politica, dal progetto originale sul Paese, dal programma, con i quali un partito e/o una coalizione elettorale si presentano al voto popolare e vengono scelti. Oggi il governo Monti deve, a rotta di collo, applicare provvedimenti che, se i problemi fossero stati affrontati per tempo dai governi precedenti, avrebbero sicuramente avuto una diversa elaborazione. E il governo Monti non è affatto esente da errori: pensiamo soltanto, per fare un esempio, all’abolizione dell’Agenzia per il Terzo Settore e al trasferimento delle sue funzioni al Ministero del lavoro (Decreto legge n. 16 del 2 marzo 2012); un provvedimento privo di giustificazioni economiche e razionali, espressione di una cultura istituzionale vecchia e, anche, di una visione politica che vede solo il settore “pubblico” (inteso come statale) contrapposto a quello privato; e non vede invece l’immensa ricchezza del sociale e l’importanza del suo ruolo in Italia.
Abbiamo bisogno, dopo Monti, di un governo con un programma originale, chiaro, scelto dai cittadini attraverso il voto, tra altri programmi diversi ma ugualmente validi. Un programma che contenga tutte le riforme che è necessario realizzare e che l’Europa ci chiede, ma che le realizzi come vanno bene per gli italiani e in base a un’idea condivisa di come vogliamo l’Italia. Ciò non significa “meno” Europa, ma “più e meglio” Europa.            Se la creazione degli “Stati uniti d’Europa” può sembrare ancora lontana, esistono obiettivi importanti molto più vicini e conseguibili, come ha spesso sottolineato il Capo dello Stato: «Occorre anche che l’Europa, nel suo insieme, partendo dal dato irrinunciabile della moneta comune, continui ad andare avanti, con determinazione e realismo, sulla strada dell’approfondimento dell’unione economica e monetaria sia nel campo della finanza e delle banche, sia in quello delle politiche economiche e di bilancio. Le innovazioni richieste comportano ulteriori trasferimenti di poteri decisionali e di quote di sovranità; in questo senso si pone ormai la questione degli avanzamenti necessari nel processo d’integrazione anche sul piano politico-istituzionale»[13]. Questa più solida dimensione europea garantirebbe maggiormente l’attenersi, da parte di qualunque governo nazionale, ai principi di una sana amministrazione attualmente richiesti dall’agenda europea; al contempo, l’ambito dell’autonomia di un governo nazionale, nell’applicazione delle direttive comuni, ne verrebbe più chiaramente definito.
Inoltre, finora abbiamo speso grandi quantità di soldi per salvare le banche, abbiamo stretto la cinghia per ottemperare alle esigenze della finanza e dei “mercati”[14]: ma dobbiamo passare a chiederci – e non da soli, ma insieme all’Europa – se davvero ci va bene che le banche, la finanza, i “mercati”, siano così come sono, o se, invece, vogliamo cambiarli. Per questo, ci vuole non un “ritorno” alla politica, ché sembrerebbe di tornare a fare qualche cosa che già sappiamo; ci vuole, invece, una riscoperta della politica che sia, ad un tempo, recupero delle cose buone che abbiamo dimenticato e invenzione di quelle di cui abbiamo bisogno e che ancora non ci sono. Nelle decisioni che un Paese prende non ci può essere soltanto la necessità economica imposta dagli altri, ci vuole anche la libertà politica che scaturisce da ciò che quel Paese vuole essere.

[11] A. Moravcsik, Europe After the Crisis. How to Sustain a Common Currency, cit., pp. 66-67.
[12] Questa non è, chiaramente, una osservazione sulle persone dei componenti del governo, ma sulla situazione nella quale esso opera.
[13] Giorgio Napolitano, Videomessaggio del Presidente della Repubblica per il Convegno nazionale a Napoli della Federazione nazionale dei Cavalieri del lavoro su “Competere per crescere – Le sfide dell’Europa – Le opportunità per l’Italia”. Reperibile in www.quirinale.it.
[14] Metto tra virgolette la parola “mercati”, perché un mercato, per essere tale, deve avere delle regole chiare e una componente istituzionale riconosciuta; ciò vale anche per i cosiddetti “mercati” finanziari, che ancora in gran parte non obbediscono a tali regole. Il risultato è che accanto a professionisti seri e utili i “mercati” ospitano, spesso senza possibilità di distinguerli, anche varie tipologie di speculatori e vere e proprie organizzazioni a delinquere. Quando dunque ci viene detto che i “mercati” ci giudicano, rimane un certo margine di equivoco sull’identità di coloro con i quali abbiamo a che fare.

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