Le due Italie. di Antonio Maria Baggio (Ultimo capitolo)

5. Agenda: le cose da fare
Questa libertà politica, però, va conquistata, meritata e non semplicemente agitata a scopo elettorale. Proviamo a ragionare sulle cose che è possibile fare per raggiungerla.

Ci sono, anzitutto, i compiti dei partiti. Fin dall’inizio dell’esperienza governativa di Monti, è apparso chiaro che i partiti italiani avevano a disposizione poco più di un anno per prepararsi alle elezioni. Prepararsi per proporre ai cittadini dei progetti sul Paese, capaci di portare la funzione di governo oltre ciò che è stato impostato da Monti. Purtroppo risulta evidente lo stato di difficoltà in cui i partiti versano, con un’area di centro-destra che ha bisogno di una vera e propria rifondazione, e una di centro-sinistra che rischia di ritrovarsi nella situazione, già sperimentata in passato, di poter vincere solo con una coalizione composta di parti tra loro incompatibili. Eppure nei partiti ci sono le persone dotate degli ideali e delle competenze che oggi servono per sviluppare progetti adeguati; queste persone devono essere messe in grado di esprimersi. I partiti, però, non possono farcela da soli.
Ma potrebbero non essere soli, se si aprissero ad un dialogo vero con le diverse forze sociali che sono portatrici non solo di competenze professionali e settoriali, ma anche di visioni d’insieme della società. E questo è un secondo livello di compiti, destinati alle forze del “sociale” più organizzate e consapevoli: costruire insieme ai politici un’agenda per l’Italia nella quale mettere il meglio di ciò che si conosce e di cui si è capaci. Dare vita, su questa base, a quelli che potrebbero diventare dei programmi di governo.
Per fare questo non è necessario, e forse neppure utile, che personalità di rilievo della società civile si trasferiscano in grande numero nella politica partitica e istituzionale. Certamente le scelte personali vanno rispettate, ma è fortemente dubbio che una strategia di penetrazione decisa a tavolino – se qualcuno avesse in mente di attuarla – porti buoni frutti. Fare il politico è un mestiere difficile che non si improvvisa. Inoltre: quale sarebbe la base elettorale del nuovo entrato in un partito: l’associazione di volontariato, professionale o ecclesiale dalla quale proviene? Cioè proprio quei soggetti che, come tali, dovrebbero evitare accuratamente di scegliere un partito o di imporlo ai propri membri? Certamente le scelte personali vanno rispettate, ma è fortemente dubbio che una strategia di penetrazione decisa a tavolino – se qualcuno avesse in mente di attuarla – porti buoni frutti. Fare il politico è un mestiere difficile che non si improvvisa. Inoltre: quale sarebbe la base elettorale del nuovo entrato in un partito: l’associazione di volontariato, professionale o ecclesiale dalla quale proviene?
Cioè proprio quei soggetti che, come tali, dovrebbero evitare accuratamente di scegliere un partito o di imporlo ai propri membri? L’esperienza insegna che, spesso, questi trasferimenti non si traducono affatto in miglioramento del livello del partito, dove coloro che avevano una grande rilevanza finché agivano nel sociale, finiscono per venire depotenziati. La società civile può dare il proprio contributo alla politica rimanendo società civile. È inopportuno, inoltre, dare l’idea che il culmine della carriera per un dirigente della società civile sia, regolarmente, finire in Parlamento. La società civile deve organizzarsi in modo da valorizzare le competenze dei propri migliori esponenti trattenendoli nel proprio seno, anche quando si è esaurito il loro ciclo come dirigenti.
Appare inopportuno, inoltre, dare l’impressione che si entri in politica per una sorta di “mandato ecclesiastico”: è cosa che la Chiesa non può fare (il mandato viene solo dagli elettori) e non intende farlo (andrebbe contro la sana laicità che è parte integrante della dottrina sociale cristiana).
 
Un contributo essenziale potrebbe venire anche da un vero rinnovamento delle culture politiche. Anche questa sfida culturale è stata una delle occasioni perdute del ventennio che abbiamo alle spalle. Caduto il Muro di Berlino, simbolo della crisi di tutte le ideologie, non si è riusciti ad attuare il profondo ripensamento che era diventato drammaticamente necessario per porre in salvo gli ideali (ancora validi) dalle ideologie che li avevano traditi. Eppure in Italia ci sono veri uomini di pensiero; negli ultimi vent’anni sono state sviluppate riflessioni importanti, che talvolta vengono prese sul serio più all’estero che in patria. Manca, forse, la capacità di dialogare fuori dalle appartenenze e dalle strettoie di accademia, di partito, delle pagine culturali lottizzate dei giornali, per arrivare a rendere socialmente efficace la ricchezza di pensiero che esiste nel nostro Paese.
 
Infine, ci sono dei compiti anche per i cittadini. Vediamo che attualmente in Italia vi sono diverse iniziative che si propongono lo scopo di introdurre nuove formazioni politiche, o di vitalizzare o “riassemblare”, modificandole, quelle già esistenti; e vi sono “lavori in corso” per la costruzione dei partiti e delle coalizioni che si sfideranno nelle elezioni politiche del 2013. Tutti questi “laboratori” non possono essere condotti soltanto dall’alto e rimanere limitati a circoli ristretti; e neppure la consultazione dei cittadini può essere soltanto accidentale e consumata attraverso rare e grandi assemblee che, quando non sono mere “comparsate”, rimangono forme di partecipazione episodiche. Esiste una esperienza consolidata di partecipazione attiva e consapevole che il Movimento politico per l’unità, tra gli altri, ha sviluppato negli ultimi decenni, mettendo al lavoro insieme i politici e i cittadini: il “patto etico – politico”.                                                                                                               È una metodologia che può avere un ruolo importante in questo momento di riflessione profonda sulla politica; per questo andrebbe spiegata, diffusa, attuata come metodologia non di un singolo Movimento, ma come metodologia di cittadinanza praticabile da tutti i cittadini che, organizzandosi anche solo localmente, vogliano cambiare la politica partecipando costruttivamente[15]. È una metodologia che, in effetti, interpreta e concretizza le categorie agostiniane delle “due città” e dei “due amori”: coloro che – politici o cittadini – intendono davvero collaborare per il bene comune, hanno la possibilità di riconoscersi tra loro e di lavorare insieme. Prima del giudizio universale.
Esistono due Italie. Non possono continuare a convivere. Dobbiamo scegliere quale delle due vogliamo essere.

[15] Il patto etico-politico è ampiamente spiegato nei suoi aspetti teorici e nelle sue possibilità di applicazione da Daniela Ropelato in: Votare non basta. Il patto eletto-elettore nella crisi democratica, in «Nuova Umanità», XXX (2008/4-5) 178-179, pp. 423-451; disponibile online nel sito http://nuovaumanita.cittanuova.it.

3 pensieri su “Le due Italie. di Antonio Maria Baggio (Ultimo capitolo)

  1. Grazie Pinuccio per aver condiviso queste importanti riflessioni. Come è attuale poi il capitolo di oggi (l’ultimo a dire il vero).
    Condivido appieno la riflessione sulla società civile, perché atroppe volte viene presa come soluzione a tutti i problemi. L’autore invece inquadra bene il ruolo del politico e quello della società civile.
    In questi giorni sto facendo un approfondito esame di coscienza che va proprio nella direzione indicata…

    Con riferimento all’attualità posso solo dire che finalmente la riflessione non è più spostata sulle persone, ma sulle idee. E se saranno le idee ad aggregare, allora ci sono spazi per pensare e guardare al futuro con un pò di speranza!

  2. Grazie a te Simone, per aver saputo apprezzare questo testo proprio perchè aiuta ad avere uno sguardo della realtà politica davvero molto interessante e ancor più in quanto non è influenzato da una visione di parte. Certo, occorre fare la “piacevole fatica” di leggerlo fino in fondo. Io l’ho letto più volte e sempre vi ho trovato una nuova ricchezza. Speriamo che altri siano rimasti positivamente contagiati così che si diffonda questa nuova visione culturale: come dici molto bene tu infatti, se saranno le idee ad aggregare, più che il colore delle maglie si può guardare con speranza al futuro… nella prospettiva di una autentica rinascita della politica.

  3. Io non sono “addetto ai lavori” però mi rammarica sapere che riflessioni Italiane vengano prese in considerazione all’estero, mentre in Italia si fa fatica a dialogare e svilupparle. Forse perchè nessuno è ” Profeta in Patria ” o perchè siamo ancora troppo chiusi nel proprio partito che non ci permette di vivere la ” Fraternità ” a 360°? Speriamo che il 2013 ci doni facce e CUORI nuovi.!!!

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