Una buona politica non la si fa’ da soli

Ieri mattina ho scritto su facebook  che può darsi che mi sbagli ma vedo che come cittadini è molto difficile parlare di politica e può essere che questo dipenda dal fatto che ciò richieda la fatica di mettersi in discussione. Se fosse così permettetemi di porre un interrogativo: se non ripensiamo il nostro stesso modo di agire come potremo davvero favorire quel cambiamento di cui ha urgentemente bisogno la politica e che tutti a parole diciamo di volere? Non tener in debito conto poi una prassi politica consolidata da anni di demagogia e di superficialità significa essere complici di coloro che continuano a impedire il rinnovamento politico perfino dei propri stessi partiti. Affinché dunque ci provochino riporto tre forti sollecitazioni.

«Ho l’impressione che raramente si colgano i motivi profondi e reali, che ci sia forse una specie di cecità diffusa, frutto di una troppo lunga consuetudine al non-vedere, al non-osservare, al non-comprendere (perché tutto ci viene presentato come già “bello e fatto”, giusto, indiscutibile) e che, anche in vista di una progettualità culturale-politica veramente nuova, siano invece necessari uno sguardo purificato e un’attitudine immaginativa-progettuale capaci di affrancarsi dalle evidenze imposte dal pensiero dominante, superficiale e di parte».

«È chiaro a tutti che la situazione drammatica che viviamo a livello nazionale, europeo, occidentale, richiede un profondo rinno­vamento del pensiero e dell’azione politici. In Italia, in particolare, è necessaria una vasta e radicale azione di riforma che richiede alla classe politica una vera assunzione di responsabilità e il ritorno alla capacità di fare politica veramente, che sembra, da tempo, smarri­ta. Perché ciò si realizzi, è urgente liberarsi di una parte rilevante del nostro ceto politico, quella che prospera proprio attraverso tutto ciò che andrebbe estirpato. Se questo salto di qualità non si producesse, potremmo ben presto assistere a forme di aggressività sociale ben più pericolose – ma, già quelle, inquietanti, sempre ingiuste quando coinvolsero le famiglie e devastatrici della convi­venza civile – dei lanci di monetine o delle manifestazioni davanti alle case dei politici che vedemmo ai tempi di Tangentopoli».

«Oggi dobbiamo lottare perché quello che è stato costruito dai giganti non venga distrutto dai nani. Anche oggi c’è bisogno di giganti e lo possono essere i comuni cittadini, non perché dotati di chissà quali genialità, ma perché resi grandi dalla fedeltà ad un’idea, l’idea che ci fa quello che siamo. Dalla nostra abbiamo la storia, la cultura, l’intelligenza; ma ci vuole, come nel 1861, anche la decisione e la volontà di esse­re, oggi, l’idea chiamata Italia».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

*