Partiti politici e sindacati tra modello e attuazione costituzionale (6)

5. L’attuazione degli art. 39 e 49 Cost. nel dibattito pubblico attuale: le proposte di legge in discussione                                                                                                         Dopo il lungo periodo di sostanziale marginalità, negli ultimi decenni le questioni implicate dalla inattuazione (in senso lato ed in senso stretto) delle due previsioni costituzionali hanno riconquistato, come in parte si è detto, una certa attenzione da parte degli attori del dibattito pubblico, politico e scientifico.                                             5.1 La “legge sui partiti”, tra tentativi e risultati parziali                                           Ciò vale, anzitutto, con riguardo all’art. 49 Cost.: le ricadute politiche interne dei profondi mutamenti nello scenario internazionale successivi al 1989, gli scandali giudiziari relativi a fenomeni di corruzione politica in larga scala, la trasformazione sempre più accentuata dei partiti in strutture marcatamente leaderistiche quanto non addirittura “personali”, l’emergere di aggregazioni politiche “dal basso” con una spiccata vocazione – dichiarata o reale – alla “rottura” di talune caratteristiche tipiche del sistema dei partiti tradizionali … questi ed altri fattori hanno rafforzato quello che è stato definito il topos della necessità di una “legge sui partiti” (41), anche per quanto concerne l’oramai annoso punctum dolens della dimensione interna del “metodo democratico”. A dire il vero, il non risalente d.-l. n. 149/2013 (convertito in l. n. 13/2014), come si è in precedenza ricordato (v. supra § 3.2), nel disciplinare le forme di finanziamento (privato) ai partiti, ha dettato una serie di regole in ordine ai requisiti che essi debbono possedere al fine di avere accesso alle erogazioni.                                                            I requisiti consistono, in via di estrema sintesi, nell’obbligo di costituirsi per atto pubblico e di dotarsi di uno statuto che contenga norme dirette ad assicurare la democrazia interna e la trasparenza dell’organizzazione, in particolare con riguardo alla gestione economico-finanziaria, prevedendosi l’obbligo annuale di redigere un rendiconto di esercizio che va certificato e pubblicato sul sito internet del partito. I controlli sulla rispondenza dello statuto e del rendiconto a quanto richiesto dalla legge spettano ad una Commissione di garanzia, composta da cinque magistrati; in caso di esito positivo dei controlli, il partito viene inserito (o permane, se già inserito in precedenza) in un apposito Registro nazionale, l’iscrizione al quale è condizione indispensabile per accedere ai finanziamenti. L’aspetto di tale disciplina che più ha fatto discutere è, tuttavia, il suo carattere generico in riferimento ai requisiti di democrazia interna.           In sostanza, la legge stabilisce che lo statuto deve assicurare la democrazia interna (peraltro, solo ai fini del finanziamento) ma non pone regole vincolanti sul come. Si tratta di una scelta che è stata oggetto di valutazioni discordanti: se per alcuni essa è da ritenersi “saggia”, perché consente la creazione di “metodi democratici” differenziati e commisurati alla identità politica che contraddistingue ciascun partito (42), altri, più criticamente, ravvisano nella decisione del legislatore una sostanziale rinuncia ad attuare l’art. 49 Cost. con riferimento alla democrazia interna ai partiti politici (43). Ma al di là di quanto stabilito dalla l. n. 13/2014, il cui contenuto è comunque circoscritto e “condizionato”, il dibattito attorno alla “legge sui partiti” è ben lungi dall’essersi concluso. Nella XVII legislatura, iniziata nel 2013 e tuttora in corso, infatti, sono già addirittura diverse decine le proposte di legge presentate in entrambi i rami del Parlamento per dare attuazione all’art. 49 Cost. Recentemente, nella seduta del 5 maggio 2016, la Commissione affari costituzionali della Camera dei deputati ha approvato la richiesta del relatore di procedere nell’esame a partire da un testo unificato delle diverse proposte di legge, rubricato “Disposizioni in materia di disciplina dei partiti politici. Norme per favorire la trasparenza e la partecipazione democratica”.                                 Tale testo unificato, dunque, rappresenta il documento-base da cui prenderà le mosse questo ulteriore tentativo di giungere ad una disciplina legislativa organica dei partiti politici. Vale la pena spendere qualche parola sui tratti salienti della proposta unificata di cui si parla (pur nella consapevolezza che essa potrà subire trasformazioni, anche radicali, nel prosieguo della discussione). La proposta di legge, anzitutto, consolida una sorta di “doppio binario”, distinguendo tra partiti, movimenti e gruppi politici iscritti nel Registro nazionale alle condizioni stabilite dalla l. n. 13/2014, di cui si è detto, e partiti, movimenti e gruppi politici che tale a tale iscrizione non vogliano o non possano accedere (e non beneficino, quindi, della conseguente disciplina di favore in tema di finanziamento). Per i partiti iscritti, la proposta conferma la necessità di rispettare le prescrizioni in tema di democrazia interna, per quanto soft esse siano, stabilite dalla l. n. 13/2014, la quale viene sul punto integrata da talune aggiunte (ad esempio, la necessità che lo statuto preveda “le modalità di partecipazione degli iscritti alle fasi di formazione della proposta politica del partito, compresa la selezione dei candidati alle elezioni”). Per quelli non iscritti, invece, le regole in tema di democrazia interna diventano ancora più eteree, dal momento che per essi valgono soltanto i principi comuni, assai ampi, che nella proposta richiamano la necessità dei partiti di favorire e promuovere la partecipazione dei cittadini alla determinazione della politica nazionale e di improntare la loro iniziativa politica e la vita interna al metodo democratico (vale a dire, principi che sono già attualmente ricavabili in tutto e per tutto dall’art. 49 Cost.).     Per quanto concerne la possibilità di presentare liste di candidati alle elezioni politiche, il testo unificato non contiene alcuna preclusione nei riguardi dei partiti non iscritti al Registro. Al riguardo, l’unica differenza significativa tra partiti iscritti al Registro e partiti non iscritti consiste nella modifica (ipotizzata dalla proposta) dell’art. 14 del Testo unico delle elezioni della Camera dei deputati (d.P.R. n. 361/1957), per effetto della quale in vista della presentazione delle liste i partiti iscritti debbono depositare presso il Ministero dell’interno simbolo e statuto, mentre i partiti non iscritti debbono depositare, oltre al simbolo, una sorta di “dichiarazione sostitutiva” dello statuto. Tale dichiarazione autenticata da un notaio deve indicare: il legale rappresentante del partito o del gruppo politico organizzato e la sede legale nel territorio dello Stato; gli organi del partito o del gruppo politico organizzato, la loro composizione nonché le relative attribuzioni; le modalità di selezione dei candidati per la presentazione delle liste. L’articolato del testo unificato, infine, detta una serie cospicua di norme in materia di trasparenza di “finanziamenti, contributi, beni o servizi” di cui i partiti siano destinatari; norme che, nella quasi totalità, sono comuni a quelli iscritti nel Registro ed a quelli non iscritti.                   Nel complesso, dunque, la proposta sembra caratterizzata da due scelte di fondo: la prima è quella continuare a legare la natura vincolante delle regole in tema di democrazia interna previste dalla l. n. 13/2014 esclusivamente alla scelta di un partito di iscriversi nel Registro nazionale e di avvalersi, quindi, della disciplina di favore in tema di finanziamento; mentre per i partiti non iscritti al Registro si fa a meno, sotto questo profilo, di qualunque “attuazione” dell’art. 49 Cost. Nella proposta, inoltre, le stesse regole relative alla democrazia interna per i partiti registrati vengono mantenute ad un livello “minimale”, che non va ad incidere in modo significativo sulla loro autonomia organizzativa e che certamente è alternativa ad una lettura “severa” ed uniforme del metodo democratico applicato al profilo interno.

Dalla relazione della prof.ssa Donatella Morana

 …continua

Da AMMINISTRAZIONE IN CAMMINO – Rivista elettronica di Diritto pubblico, di Diritto dell’economia e di Scienza dell’amministrazione, a cura del Centro di ricerca sulle amministrazioni pubbliche “Vittorio Bachelet”

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

*