L’opera d’arte più alta

 

 

 

 

…di fronte ad ogni “perché” della vita personale la risposta psicologicamente sana e costruttiva sta sempre nel non recriminare, non analizzare, non ripiegarsi, non disperare, ma nel continuare ad aprirsi, ossia a trascendere se stesso nell’accettare come “doni” anche quei momenti di oscurità, di insicurezza, di solitudine, di irrazionalità o di assurdo che ci si presentano, proprio come il «figlio dell’uomo» ha fatto, sperando contro ogni speranza, credendo all’amore del Padre malgrado tutto, e continuando ad amare fino all’ultimo respiro, fino a gridare: «Tutto è compiuto» (Gv 19, 30).
Anteporre infatti a ogni cosa e a ogni situazione l’amore al prossimo, non si può fare senza rischiare la “perdita” – evangelica – della propria vita, della propria personalità umana, senza accettare coscientemente e quasi in continuità i dolori di un parto spirituale, come un atto creativo che fa gemere, è vero, il proprio “vecchio uomo” che è in noi, ma per generare l’opera d’arte più alta e perfetta del creato: l’Io-Gesù.

Silvano Cola

Da: Morte e Risurrezione (Nuova Umanità 2001/2)

 

 

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