Verso un nuovo concetto di sovranità (2)

L’effìcacia della politica, la realizzazione del suo fine, si misura sulla partecipazione al bene da parte dell’ultimo, perché è sull’ultimo che il Padre ha esercitato la Sua onnipotenza, risuscitando l’Abbandonato. (…) L’atto di potere è vero servizio, cioè esprime la sottomissione di colui che comanda ad un ordinamento più grande di lui. L’esercizio del potere è dunque di per sé un servizio: l’essere per (e non «essere in sé»); e la dimensione del servizio non può, di conseguenza, essere intesa come perfezionamento aggiuntivo all’azione politica – da parte di colui che comanda e, poiché è buono, anche serve – ma come l’essenza stessa della realtà politica. (…) La verità del potere è quella di non pesare sulla società, ma di metterla nelle migliori condizioni di espressione e di funzionamento. La verità del potere politico come di ogni altro potere umano – è quella di “sparire” in favore di ciò a cui è ordinato: il padre in favore del figlio, l’imprenditore in favore dell’azienda, il governo in favore della società.
La sovranità ricevuta dalla nuova creazione riguarda infatti tutte le realtà umane: la singola persona sovrana di se stessa, l’uomo e la donna sovrani della propria unione, l’autodeterminazione delle diverse forme di associazione tra persone per i più vari scopi, fino alla sovranità politica. “Sovranità”, in questo senso originario e generale, è il libero esercizio della volontà e della forza, di tutte le proprie capacità, da parte di chi ha la propria vita nelle proprie mani. La sovranità ricevuta dall’umanità nella nuova creazione può essere paragonata ad un fiore, dal cui unico stelo si aprono i tanti petali, ognuno dei quali corrisponde ad una realtà umana che si dispiega. Il fiore aperto alla luce mostra la ricchezza del sociale in tutte le sue forme “sovrane”, che nella loro varietà convivono armonicamente: la famiglia accanto all’ azienda e all’associazione. Il fiore chiuso, con i petali raccolti, mostra invece l’unità strutturale, la sovranità politica, per cui non si vedono i singoli petali ma l’unità e il raccoglimento dell’insieme.
I petali non cessano di esistere quando il fiore è chiuso, né la pluriformità del fiore aperto intacca l’unità della struttura; il fiore sempre chiuso soffocherebbe, il fiore sempre aperto si sfalderebbe: fiore aperto e fiore chiuso sono l’uno condizione dell’altro, e nell’uno e nell’altro vivono l’unità e la distinzione: perché il fiore dell’umanità è unità e distinzione, come la Trinità. Un potere che non fosse servizio sarebbe paragonabile – secondo la “situazione di analogia” – a Dio che non resuscita Gesù: il potere si trattiene presso di sé, la sovranità non viene donata, la vita, nella circolarità trinitaria, si spezza; il potere, così, diviene il fine ultimo dell’azione, la politica si riduce alla lotta per la conquista del potere; ma il potere non è un fine in sé, è solo un mezzo dell’ azione politica per conseguire il fine del bene comune: se il fine viene a coincidere col mezzo, se la politica viene ridotta alla mera conquista e detenzione del potere, non è più politica. (…)

Continua…

Da: “Trinità e Politica” di Antonio Maria Baggio

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