Cos’è il bene comune (5)

Che cos’ è il bene comune? Potremmo tentare, ora, di definirlo così: è quel bene che il singolo raggiunge solo se lo conseguono anche tutti gli altri. La persona, in tal modo, rimane la misura del bene, sia presa singolarmente, sia considerata nella comunità e nei corpi intermedi ai quali essa, insieme ad altre, dà vita. Dunque il singolo cittadino, nel suo mondo vitale, rimane la misura del bene, che, di conseguenza, non sarà determinato da una media astratta ricavata dalla somma dei beni di tutti: ogni singolo cittadino deve essere preso in considerazione; e sarà il cittadino più svantaggiato a dire in che misura il bene comune è stato raggiunto. È chiaro, inoltre, che tale bene può essere conseguito solo in maniera cooperativa, dato che il singolo non lo può ottenere separatamente dagli altri: e dunque è il risultato di un’azione politica specifica, che richiede l’esistenza e l’azione di un soggetto specificamente orientato al bene comune: lo Stato.                                                                                                                               Il quale però non è che il momento culminante di un processo nel quale è coinvolta l’intera società, che nella multiformità della sua libera iniziativa e della sua forza associativa produce molteplici beni particolari; ma la garanzia che essi cooperino al bene comune si ottiene solo se esso è rappresentato e perseguito da un soggetto politico – Stato federale, o Stato nazionale, o Regione, o Municipalità, ecc. – che ha come fine esclusivo e diretto il bene della collettività e regola le libere attività degli altri soggetti in modo che non lo contrastino. (…)                                                                     Là dove c’è subordinazione, non c’è democrazia. Di fronte all’ingiustizia e al calpestamento del bene comune, e nella costatazione che molti si sottomettono – per debolezza, per ignoranza, per interesse, per non avere consapevolezza della propria dignità – si può avvertire il desiderio di buttarsi nella mischia usando sistemi già sperimentati come inadeguati, finendo cioè per accettare compromessi inaccettabili, o rischiando di compiere un’azione rabbiosa e settaria. Ma non sarebbe questa l’azione di un Dio, ciò di cui abbiamo bisogno. (…)                                                                             E come agisce Dio? Egli paragona la propria azione a quella di un padre, che insegna a camminare al bambino, lo solleva alla sua guancia, ne ha compassione, gli insegna a sollevare la testa, a diventare grande, a diventare quello che il bambino veramente, nel suo profondo, è: «Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore». Così dovrebbe essere l’azione politica umana nelle città: una radicale assunzione di responsabilità in ordine al bene comune. (…)                                                                                               La condizione è essere uniti nel suo nome, nel nome di Colui che è l’Abbandonato e il Risorto; la condizione è il non-essere per essere, l’amare; chi dunque si mette insieme ad altri ed ama come Gesù, dà vita ad un soggetto collettivo che è Gesù stesso. In questo modo il soggetto universale, Gesù -che ha in sé tutta l’umanità -, vive nel soggetto sociale particolare, e il bene che questo persegue coopera naturalmente al bene comune. È la realtà del fiore chiuso e del fiore aperto, dell’intrecciarsi di diverse identità distinte in una unità superiore. (…)

Continua…

Da: “Trinità e Politica” di Antonio Maria Baggio

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