Il vero politico (Sesto e ultimo)

La nostra umanità, crocifissa e abbandonata, è stata raggiunta da Gesù, e con lui è risorta. Cristo, nel duplice volto dell’Abbandonato e del Risorto, è il modello umano, dunque anche il modello del politico: la nostra personalità, che riceviamo dal Cristo, ha il suo stesso duplice volto. Vorrei richiamare alcuni aspetti della Passione, nei quali chi fa politica potrà facilmente riconoscere certi momenti della propria esperienza.                Il crocifisso non dorme da almeno trenta ore, ha subito lo shock della sudorazione sanguigna, è stato sottoposto alla tensione delle calunnie, degli interrogatori, delle derisioni, al dolore della tortura; è stato affaticato dallo sforzo di trasportare la croce, cadendo tre volte sotto il suo peso; inchiodato alle mani, irrigidito da tre ore nella stessa posizione, avendo difficoltà a muovere il diaframma, possiamo ipotizzare che si trovasse in debito di ossigeno, in una condizione di oscurità. Eppure, così ridotto, quest’uomo non maledice, non accusa, non implora, e dunque accoglie fino in fondo, interiormente, il proprio destino; ma proprio perché quest’accoglienza è libera, esprime tutto se stesso rialzando la testa, superando la sua situazione: chiede ragione a Dio dell’operato di Dio. Questo è un aspetto sconvolgente dell’Abbandonato, la cui obbedienza, fino all’ultimo istante, non è mai passiva: Gesù, proprio per aver obbedito fino in fondo, vuole essere partecipe dell’insieme del disegno divino, e chiede ragione intorno allo scopo del proprio abbandono, spalancando davanti ai nostri occhi l’infinita dignità dell’uomo: di ogni uomo che, dal punto infinitesimo nel quale conduce la propria esistenza, diviene capace, in Cristo, di comprendere l’infinità del disegno: la partecipazione dell’uomo alla figliolanza divina.                                                                  Questo è l’uomo: questo è il politico che, come Gesù abbandonato, non maledice, non accusa, non implora, ma assorbe dentro di sé tutto il negativo; e nella forza della resurrezione, fa scaturire il positivo: perché il politico dev’essere portatore di un progetto, deve trarre da dentro di sé le cose buone per gli altri, deve costruire fuori, con gli altri, ciò che dentro di sé è già delineato. Deve far proprio il loro abbandono per portarli, con sé, alla resurrezione.  Alla luce di queste considerazioni, si può forse penetrare meglio un testo, nel quale Chiara Lubich sembra esprimere proprio l’azione del soggetto-Gesù nella persona che opera, oggi, nelle nostre città, e, vedendo gli altri, per così dire, dal punto di vista della Trinità che abita interiormente, li conduce alla loro resurrezione, a ciò che veramente sono, con-risorgendo con loro:

«Passo per Roma e non la voglio guardare. Guardo il mondo che è dentro di me e m’attacco a ciò che ha essere e valore. Mi faccio tutt’uno con la Trinità che riposa nell’anima mia … E prendo contatto col Fuoco che, invadendo tutta l’umanità mia donatami da Dio, mi fa altro Cristo, altro uomo-Dio per partecipazione, cosicché il mio umano si fonde col divino ed i miei occhi non sono più spenti, ma, attraverso la pupilla che è vuoto sull’anima, per il quale passa tutta la luce che è di dentro (se lascio viver Dio in me), guardo al mondo e alle cose; però non più io guardo, è Cristo che guarda in me e rivede ciechi da illuminare e muti da far parlare e storpi da far camminare … Cosicché riaprendo gli occhi sul di fuori vedo l’umanità con l’occhio di Dio che tutto crede perché è Amore. Vedo e scopro la mia stessa Luce negli altri, la Realtà vera di me, il mio vero io negli altri (magari sotterrato o segretamente camuffato per vergogna) e, ritrovata me stessa, mi riunisco a me risuscitandomi – Amore che è Vita – nel fratello. Risuscitandovi Gesù – altro Cristo, altro uomo-Dio, manifestazione della bontà del Padre quaggiù, Occhio di Dio sull’umanità. Così prolungo il Cristo in me nel fratello e compongo una cellula viva e completa del Mistico Corpo di Cristo, cellula viva, focolare di Dio, che possiede il Fuoco da comunicare e con esso la Luce». 

Ritengo che questo testo possa essere considerato un vero e proprio “manifesto” per l’azione politica in chiave trinitaria. Il vero politico dunque, il politico-Gesù, non agisce di rimessa, non attende che gli altri si pronuncino per ricavare la propria posizione solo dall’antagonismo, per ricavare la propria identità da una artificiosa differenziazione rispetto agli altri. Il vero politico non ha bisogno di un nemico per sapere chi egli è: la necessità del nemico è tipica dell’ideologia (intesa nel senso negativo, di falsa coscienza, di pensiero totalitario – o espressivo, secondo la definizione di Pareyson – che ritiene di possedere tutta la verità), che si alimenta dello scontro perché priva di forza interiore, di vera identità: e non può avere un’identità autentica chi non conosce il proprio limite, chi pensa di essere tutto. Il vero politico, al contrario, cerca di sciogliere ogni contrapposizione ideologica, ogni nemicità, perché sa che una parte di sé, in quanto uomo, è custodita anche da colui che si presenta come nemico, e può essere raggiunta solo riscoprendosi, entrambi, fratelli.

 

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