Definire il proprio progetto culturale

Premessa
Si sta assistendo ad un interessato fervore e non a caso, visto che di fatto siamo già in campagna elettorale, in quanto si stanno tenendo congressi di partito, nascono nuove formazioni partitiche, si fanno facili promesse elettorali, slogan ad effetto… con l’intento, da parte di ciascuno, di contendersi così il consenso politico, ma non ci si vuole rendere conto che non è in questo modo che si convinceranno i cittadini/elettori: senza infatti iniziative davvero credibili, cioè facilmente verificabili, non si riuscirà a frenare la più che prevedibile valanga dell’astensionismo.
Per esempio potrebbe essere molto opportuno provare coraggiosamente a mettere in pratica qualcosa di simile alla proposta evidenziata sotto e non importa se essa non è prevista nella legge elettorale con cui si andrà a votare l’anno prossimo, in quanto potrebbe essere questo un modo di dimostrare fattivamente la volontà di voler veramente incominciare a ripensare in maniera nuova gli strumenti della partecipazione e rilanciare così la politica come l’arte del bene comune.
Se perciò decidessimo di unire le nostre forze – quelle di quanti agiscono nelle istituzioni, nei differenti soggetti politici, gli stessi cittadini che hanno realmente a cuore il bene del nostro Paese – nulla sarebbe impossibile. SE DECIDESSIMO… DUNQUE CHE ASPETTIAMO?

Definire il proprio progetto culturale
È del tutto evidente che i partiti non sono più in grado di svolgere il loro ruolo di ponte fra società e istituzioni proprio perché impediscono la partecipazione dei cittadini che la Costituzione, all’art. 49, garantisce loro e in questo modo non agiscono più come veicoli di socializzazione e consolidamento della democrazia: lo dimostra infatti le gigantesche dimensioni che sempre più va assumendo l’astensionismo a qualsiasi votazione. Essi poi hanno anche snaturato ciò che caratterizzava la loro stessa particolarità, in quanto il continuo andirivieni di parlamentari da un soggetto politico all’altro, così come la composizione di certe ibride coalizioni, dimostrano in modo palese come in fondo la stessa definizione di destra, centro e sinistra oggi non è più così distinta come lo era stato in passato. E questa è un’altra gravissima deriva perché ci sta portando a scivolare sempre più verso l’uniformità, a rendere tutto uguale e questo uccide la stessa democrazia: è soltanto infatti la ricchezza delle diverse identità ben definite che rende possibile un confronto costruttivo tra di esse, premessa indispensabile proprio per “…concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” (art.49).
Per cercare di porre rimedio a questa penalizzante decadenza una proposta potrebbe essere quella di individuare una modalità per imporre ad ogni soggetto politico di elaborare, mettere per iscritto con grande chiarezza, e rendere pubblico il proprio progetto culturale di riferimento prima delle elezioni. Per facilitare la comparazione fra i progetti dei diversi soggetti politici si potrebbe prevedere un unico format: in questa maniera i cittadini potrebbero scegliere in modo più consapevole quello maggiormente corrispondente al proprio quadro valoriale ed al proprio sentire.
La delusione e l’indignazione, pur se enormi, non devono portare ad una sterile rassegnazione ma vanno trasformate in una forte reazione costruttiva, nella piena consapevolezza che i cittadini sono i soggetti considerati dall’art. 49, mentre i partiti (e gli altri soggetti politici) sono solo lo strumento. Questo significa che bisogna rendersi conto, una volta per tutte, che l’essere cittadini e l’usare pienamente dei propri diritti politici viene prima delle diverse appartenenze: se infatti non siamo cittadini sovrani, ogni nostra appartenenza ulteriore è un vassallaggio alle differenti forme politiche, non una partecipazione responsabile. Diventa dunque determinante che tutti insieme contribuiamo attivamente a rendere possibile l’irrinunciabile cambiamento, perché solo così si potrà essere veramente vincenti.

* Dopo aver scritto questa riflessione ho voluto condividerla con una persona qualificata e autorevole, con la quale ho la fortuna di vivere una bellissima e gratificante amicizia da ormai molto tempo, e con mia grande meraviglia mi ha fatto presente che la prima legge elettorale per l’elezione diretta dei sindaci  (1993/1994) prevedeva proprio che i candidati a sindaco rendessero pubblici prima delle elezioni (con un manifesto) sia una sintesi del proprio progetto programmatico (culturale/valoriale e con l’indicazione di concrete proposte attuative) sia l’indicazione dei componenti della giunta designati. Era previsto un preciso format da seguire, che consentiva agevolmente la comparazione fra i progetti dei diversi candidati. La cosa funzionava, eccome, ma le cose che funzionano durano poco e così quella legge venne riformata e sparì l’obbligo della pubblicazione in un manifesto pubblico del progetto culturale dei candidati.  
Così come ciò era previsto pure nel testo della legge regionale siciliana n.7 del 26 agosto 1992 (art.7, commi 7 e 8), ma anche essa però verrà modificata cinque anni dopo (Legge regionale n.35 del 1997).
Trasferendo a livello politico nazionale questa proposta, occorrerebbe allora che la legge elettorale prevedesse esplicitamente l’obbligo della proposizione – prima delle elezioni – del progetto culturale (valori di riferimento, fini, obiettivi prioritari) e possibilmente anche della “squadra di governo” (non solo il candidato premier, ma anche la lista dei ministri nelle rubriche-chiave).
Per il bene della stessa democrazia ciò non sarebbe fortemente auspicabile?

 

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