Dar vita ad una cultura poliedrica

Più mi confronto con quanti sono impegnati nei differenti soggetti politici e più mi rendo conto di quanto sia indispensabile essere disponibili ad attuare il più ampio discernimento possibile: finché infatti non si riuscirà a comprendere fino in fondo l’importanza di entrare nei panni gli uni degli altri, sarà difficilissimo riuscire a trovare, rispetto al bene comune, soluzioni davvero condivise.
Ma questa fondamentale premessa non è ancora entrata nella prassi politica come dovrebbe perché ciascun soggetto politico rimane egoisticamente attaccato al proprio punto di vista e non si lascia perciò mettere in discussione rendendo così conflittuale quanto sterile il confronto. Mentre è sempre più essenziale che essi – anziché percepirsi, ciascuno singolarmente, come detentori della verità – siano stimolati a sentirsi parte di un gioco collettivo che include necessariamente tutti nel costruire il bene comune. Assumendo questo nuovo modo di agire essi possono evidenziare così più la parola pars, parte, appunto parte di una molteplicità, piuttosto che la parola partior, divido, come radice del loro significato.
Letto in quest’ottica acquista allora una grande importanza anche per l’agire politico quanto ha affermato Papa Francesco, il quale ha usato la metafora della figura geometrica del poliedro per spiegare come è possibile arrivare all’unità nelle differenze: “Il poliedro (più che la sfera la quale è liscia, senza sfaccettature, uguale a se stessa in tutte le sue parti) è composto da molte facce. Mi piace immaginare l’umanità come un poliedro, nel quale le forme molteplici, esprimendosi, costituiscono gli elementi che compongono, nella pluralità, l’unica famiglia umana*.
È indispensabile dunque che, attraverso il dialogo, tutte le diverse sfaccettature possano esprimersi, proprio come il poliedro, in modo che sia davvero possibile l’unità nelle differenze così da sperimentare la ricchezza della convivialità. Una cultura poliedrica è proprio quanto opera la fraternità se rettamente intesa e vissuta con radicalità: si vive bene infatti solo nelle diversità pacifiche e dialoganti.                     Non è dunque più il tempo di attardarsi a vedere ciò che muore ma lanciarsi per primi a vivere questa nuova realtà affinché cresca e si sviluppi sempre più: in fondo non è proprio questo il disegno al quale tende, nonostante il lacerante travaglio a cui è sottoposta, la stessa dell’umanità e che tutti insieme siamo chiamati a comporre?

* Dal video messaggio per il terzo festival della Dottrina Sociale – 23 novembre 2013

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