Dar vita insieme ad una politica di comunione

 

Per poter comprendere al meglio quanto cercherò di evidenziare oggi è essenziale aver presente tutti i post con il quali ho presentato la sapiente intuizione di Piero Pasolini e cioè il principio della cibernetica il quale, come lui stesso riconosce, compreso nel suo senso più profondo è una cosa enorme, tanto che gli è sembrato di scoprire con esso il principio divino che regge la natura e ogni realtà in genere. Per questo dunque nell’accingermi adesso a fare la seconda e ultima considerazione desidero richiamarlo almeno in sintesi con un suo pensiero molto efficace.
«Il principio fondamentale della cibernetica è molto semplice: stabilisce il rapporto tra due cose per originarne un terzo; è il principio fondamentale della natura, dell’evoluzione, in base al quale esistiamo anche noi in questo momento: due cose si uniscono secondo un terzo significato diverso da proprio, per diventare insieme un’altra cosa. Anche la cibernetica, quindi, dice che la realtà per esistere, per avere un significato, deve continuare a trascendersi».
Infine è essenziale, per quanto dirò, aggiungere quest’altro suo importantissimo pensiero: «Tanto più io sono io, quanto più sono per gli altri. Se io non ho questo rapporto e cerco invece di prendere gli altri e di portarli a me, allora compio un’azione che non costruisce nulla, anzi distrugge. (…) E questo è vero non solo per le persone, ma per i gruppi di persone, per le attività delle persone».
Quanta sapiente verità in questa sua affermazione che volutamente ho evidenziato in grassetto e cioè come il vivere il principio cibernetico eleva i nostri rapporti interpersonali, allo stesso modo trasforma anche tutte le stesse diverse attività che svolgiamo. E che sia proprio così lo dimostra il fatto che dove esso non viene attuando si verifica quanto lui stesso descrive: se pretendo di portare gli altri a me o di sfruttare un’attività per ricavarne un tornaconto personale o di gruppo allora compio un’azione che non costruisce nulla, anzi distrugge.
Al riguardo se prendiamo in considerazione la stessa politica questo lo vediamo con chiarezza in quanto essa appare sempre più caratterizzata dall’arroganza e dalla prepotenza proprio perché, accecata dal potere, ha capovolto il principio stesso su cui si basa la partecipazione, così come prevista dalla Costituzione all’art. 49, e cioè gli strumenti della partecipazione (i partiti) impediscono con ogni sotterfugio ai soggetti della politica (i cittadini) di esercitare liberamente la propria sovranità.
Noi cittadini dunque non dobbiamo più prestarci ad essere delle tifoserie (e ancora peggio degli ultras), strumentalizzati a svolgere questo avvilente ruolo dall’intera classe politica sempre più svuotata di idealità, ma agire in modo intransigente nel riappropriarci del nostro diritto ad essere protagonisti così da contribuire con determinazione a rigenerare la democrazia e fare ciò partendo dalle nostre città: è dentro esse infatti che possiamo incominciare a ridare senso ad un destino comune e comunitario.
Una proposta per concretizzare ciò è di far nascere ovunque delle cellule di fraternità in cui sperimentare e rendere visibile che è veramente possibile condividere le nostre diversità e in questo modo mettere in pratica così quel trascendersi per dar vita tutti insieme ad un’altra cosa: UNA POLITICA DI COMUNIONE la quale crea un nuovo stile di vita, unisce la comunità (locale e nazionale), ma allo stesso tempo distingue i ruoli e i compiti (Chiara Lubich).

 

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