Dialogo vero: la parola e il silenzio

Quando ci si siede ad un tavolo per un confronto dialettico, partendo da visioni differenti, occorre in primo luogo che sussista in entrambi gli interlocutori che si trovano di fronte l’intento di ricercare una possibile intesa su alcuni, anche pochi, obiettivi condivisi; una reciproca disponibilità a perdere, anche in parte, il proprio pensiero; a cedere, anche solo un po’, la propria idea, la propria opinione, il proprio punto di vista; a lasciarsi modificare, anche parzialmente, dal pensiero dell’altro. Se ci si alza dal tavolo così come ci si era seduti, non c’è stato vero dialogo, ma solo una contrapposizione sterile di opinioni divergenti ed inconciliabili.
Ogni dialogo vero è sempre un incontro personale. Il dialogo vero non è semplice conversazione né discussione ma qualche cosa che tocca il più profondo degli interlocutori. Potremmo dire che il  dialogo vero costituisce un evento esistenziale.
Per un dialogo vero occorre darsi tempo, tempo di qualità, che consenta una equilibrata alternanza di ascolto e parola (proprio l’opposto di ciò che accade di solito nei talk show televisivi: dove tutti si parlano addosso, senza quasi darsi ascolto l’un l’altro).
Sappiamo bene che, in genere, si è più inclini a parlare (per esprimere il proprio pensiero) che ad ascoltare (per fare spazio al pensiero dell’altro). Per questo il dialogo autentico è una vera e propria ascesi, che richiede di non incominciare a parlare prima del momento adatto, di ascoltare con pazienza e attenzione l’altro interlocutore, finché egli abbia esternato fino in fondo tutto quello che intendeva esprimere.
Volontà di dialogo vero significa, dunque, mettere in moto la nostra capacità di ascolto. «L’uomo non è solo un essere ‘parlante’ ma anche un essere ‘ascoltante’» (Gennaro Cicchese): anzi, nel suo dover essere, forse più ascoltante che parlante, visto che abbiamo avuto in dotazione dal Creatore due orecchie…e una sola bocca! Questo implica fare silenzio interiore per ascoltare senza rumori nel cuore e nella mente: spogliarsi di ogni fretta, trattenere quanto ci urge dentro comunicare, fare spazio.
L’ascolto implica silenzio, inteso come luogo della relazione.  Il silenzio  è un modo di vivere il rapporto con sé e con gli altri. Il silenzio è un’abitazione; ‘fare silenzio’ è ben altra cosa che stare zitti; è creare uno spazio, un luogo dentro di sé dove riparare dall’aggressione incessante dei messaggi; dove raccogliersi dalla molteplicità eterogenea dei pensieri e delle emozioni .
Il dialogo vero inizia con il mio ‘nulla’, con il mio silenzio che attende e genera la parola nell’altro in modo tale che essa possa essere parola pienamente sua e pienamente mia; parola che illumina e chiarifica. Verrà poi il nostro momento di parlare. E se anche l’altro interlocutore saprà ascoltare, facendosi ‘nulla’ a sua volta, sicché la mia parola sia anche pienamente sua, è probabile che si generi un “pensiero terzo”, condiviso. Perché nessuno ha in sé la verità tutta intera.
E’ la cultura del “noi” : che supera l’Io e il Tu.
Semplici regole di valenza universale: in tutte le relazioni, in famiglia come nel confronto politico.

Marco Fatuzzo

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